Questo articolo nasce come una riflessione personale e come un tentativo di mettere in dialogo due prospettive che, a prima vista, sembrano lontane, ma che possono invece illuminarsi reciprocamente. Da un lato, la critica heideggeriana alla metafisica occidentale, intesa come onto-teologia, nella quale Dio viene concepito come un ente “supremo” chiamato a fondare e garantire l’essere di tutti gli enti. Dall’altro, la profondità silenziosa della teologia mistica, che rifiuta l’idea di Dio come ente spiegabile, fondamento razionale calcolabile o principio logico chiaro e distinto. In questa linea, per Pavel Aleksandrovič Florenskij, ridurre Dio a concetto equivale a una forma di idolatria intellettuale. L’obiettivo di questo lavoro non è quello di costruire un’analisi accademica fine a sé stessa, ma di seguire un filo di senso che permetta di comprendere come l’essere umano non sia mai semplicemente un oggetto tra altri oggetti, né un ente “speciale” misurabile secondo regole fisse. L’umano si dà piuttosto come un accadere aperto, un’esperienza situata, emotivamente e corporalmente coinvolta nel mondo.
In questo movimento, pensiero e percezione, memoria e aspettativa, corpo e coscienza si intrecciano costantemente, formando il tessuto stesso della nostra esistenza. In questo incontro tra pensiero e esperienza, tra ragione e contemplazione, emerge in tutta la sua radicalità la differenza ontologica tra una cosa e l’esser-ci: la cosa è data, stabile, prevedibile; possiamo descriverla, misurarla, possederla e manipolarla, eppure il suo essere non si apre, non ci chiama, non ci risponde. Accade senza toccarci e senza coinvolgerci. L’essere, invece, si manifesta attraverso il tempo, le emozioni, le relazioni, le possibilità che continuamente si aprono o si chiudono, obbligandoci a un ascolto attento e mai neutro, a un orientamento costante, a un continuo aggiustamento del nostro stare nel mondo. Dire che l’essere umano è emotivamente situato può sembrare ovvio: tutti siamo aperti all’esperienza di emozioni, tutti sappiamo cosa significhi essere toccati da ciò che accade. Tuttavia, se ci si ferma a considerare questa affermazione emerge una verità meno immediata: non si tratta solo di osservare uno stato interiore o un sentimento passeggero, ma di cogliere il modo stesso in cui l’essere umano si trova nel mondo e attraverso di esso, sempre in relazione, sempre aperto a possibilità che non possiamo ridurre o controllare, sempre capace di lasciarsi trasformare dall’incontro con ciò che è e con ciò che accade. La nostra esperienza non è mai neutra né separata dal contesto in cui avviene; questa apertura emotiva ci accompagna, ci orienta, ci lega al mondo e agli altri, ci fa sentire vicini o lontani dalle cose e dalle persone senza che ce ne rendiamo sempre conto. Così possiamo intravedere la differenza radicale tra l’essere che accade e la cosa che semplicemente è: la cosa resta chiusa, prevedibile, regolata, dominata; l’essere umano, invece, accade sempre in relazione a, sempre situato, sempre emotivamente presente. Il nostro esserci si costruisce nel percepire e reagire, nel sentire e nel lasciarsi toccare dal mondo. Non siamo mai soli con noi stessi: siamo immersi sempre e comunque in un tessuto di significati che ci attraversa e ci modella, spesso senza poterlo controllare, e anche nei momenti più solitari il mondo si manifesta e noi accadiamo con esso, insieme e contemporaneamente. Le emozioni non sono, quindi, meri stati interni sovrapposti a un soggetto già costituito; esse sono il modo in cui il mondo si manifesta come mondo. Ci orientano, ci dischiudono significati, ci aiutano a discernere ciò che conta da ciò che può essere ignorato: la paura ci mostra dove non possiamo stare, la gioia ci apre spazi di azione, la tristezza ci costringe a riflettere. Ogni tonalità emotiva è un linguaggio silenzioso, un modo di conoscere prima ancora di poter parlare. È in questo tessuto che si intrecciano corpo e pensiero, esperienza e comprensione, perché la coscienza non precede mai l’esperienza, ma la attraversa e la è, sempre situata, sempre legata al mondo che ci chiama. Se volgiamo lo sguardo al linguaggio, al pensiero e alla memoria non come ambiti separati, ma come intrecci di esperienza vissuta, possiamo osservare che cultura, riflessione e racconto nascono da questa apertura che rende possibile incontrare le cose e le persone non come oggetti da possedere, ma come accadimenti che ci parlano, ci chiamano e ci trasformano. Qui si intravede un parallelo con la teologia mistica, con Meister Eckhart e con Martin Heidegger, che evocano la Gelassenheit, l’atteggiamento del lasciar essere, dell’aprirsi al segreto, al mistero della disponibilità all’inatteso. Ciò che non può essere posseduto o controllato ci insegna qualcosa sulla nostra apertura al mondo, sul modo in cui il pensiero non si limita a rappresentare, ma si lascia trasformare dall’incontro con l’essere. La distinzione tra l’essere delle cose e l’essere umano non riguarda solo una maggiore complessità biologica o cognitiva, ma un modo radicalmente diverso di essere. L’essere umano non è mai semplicemente dato: esso accade sempre in una situazione, in un corpo, in un mondo che ha senso. È qui che la teologia mistica offre una prospettiva di connessione tra esperienza emotiva e metafisica, mostrando un ponte tra la fenomenologia dell’esserci e la pratica spirituale dell’apertura a ciò che eccede il soggetto.
Durante l’inverno drammatico del 1944–1945, Heidegger compone un testo: “Abbandono“(titolo originale in tedesco: Gelassenheit) sotto forma di dialogo tra tre figure – uno “Scienziato”, uno “Studioso” e un “Insegnante” – sul significato di Gelassenhei, termine traducibile come “distacco” o “lasciar-essere”, ma che letteralmente indica il lasciar andare e il rendersi disponibili all’essere. Nella riflessione heideggeriana, Gelassenheit non è un atteggiamento passivo, ma una disposizione fondamentale attraverso cui l’essere umano si apre alla verità dell’Essere e rende possibile il pensiero autentico. Heidegger richiama qui le intuizioni di Meister Eckhart (teologo e religioso tedesco del 1300), che nei suoi sermoni affermava che, per trovare Dio, l’uomo deve “lasciarsi andare” (sich gelassen) e rendersi libero e separato (abgeschieden). L’essere umano, nella prospettiva mistica di Eckhart, deve abbandonare persino la volontà di possedere Dio (concepito come oggetto supremo), affinché possa aprirsi a una modalità radicale di attività, una disponibilità all’alterità e all’evento divino. Ontologicamente, questa pratica non è astrazione o fuga dal mondo, ma trasformazione della soggettività: l’uomo diventa ricettivo al mondo e all’essere, non riducendo la realtà a oggetto manipolabile, ma aprendosi alla sua manifestazione. In questo senso, l’ontologia dell’essere umano, se sempre emotivamente situato, e la teologia mistica si intrecciano: le emozioni costituiscono il modo originario in cui il mondo si apre per noi, così come Gelassenheit e Abgeschiedenheit descrivono un modo di esistenza che rende possibile accogliere il mondo e l’essere senza possesso né determinazione preventiva. La soggettività non è più un nucleo chiuso in sé, ma un accadere aperto disposto a ricevere e lasciarsi trasformare. L’uomo non è più una “cosa” tra le cose: è presenza esposta, partecipazione a un orizzonte di senso che lo eccede. La differenza tra metafisica scolastica e teologia mistica emerge qui in modo chiaro: la metafisica scolastica, centrata su sostanza e causa, rischia di ridurre l’essere umano a un ente regolato da leggi universali e da una visione cosmologica, dove anche le emozioni diventano meccanismi necessari. La teologia mistica, al contrario, sottolinea la disponibilità esistenziale, l’apertura all’evento, introducendo un modo di pensare in cui il soggetto si dispone a “lasciar essere” l’essere e a ricevere ciò che non è determinabile a priori. In termini heideggeriani, questa apertura costituisce un “ethos del pensiero”: una pratica che non mira al dominio o alla manipolazione, ma alla ricezione dell’essere come evento. Così, tra esperienza emotiva, Gelassenheit e mistica cristiana, si delinea un filo conduttore: ciò che distingue l’essere umano non è solo il possesso del mondo o la capacità razionale, ma la capacità di essere situati emotivamente e, allo stesso tempo, di lasciarsi aprire all’evento, al mistero, a ciò che eccede il controllo immediato. La mistica non appare come disciplina separata dalla metafisica o dall’ontologia, ma come un laboratorio esistenziale in cui il modo stesso di essere viene trasformato: ipseità, medesimezza e significatività emotiva si incontrano con il lasciar-essere, producendo continuità tra esperienza vissuta, riflessione filosofica e apertura al trascendente.
Bibliografia:
Adinolfi I., Gaeta G., Lavagetto A. L’anti‑Babele. Sulla mistica degli antichi e dei moderni, Genova, Il Melangolo, 2017
Eckhart, M. (1985). Sermoni tedeschi (M. Vannini, a cura di). Milano: Adelphi.
G. Arciero, G. Bondolfi, Sé, identità e stili di personalità, Bollati Borin_hieri, Torino, 2012
G. Arciero, Sulle tracce di sé, Bollati Borin_hieri, Torino, 2006
M. Heidegger, Essere e Tempo, Mondadori, Milano, 2011
Schürmann, R. (Anno). Saggi su Heidegger e Meister Eckhart. In Rivista di fenomenologia e religione.